Urchin di Harris Dickinson

Proiezione film d’apertura

di Harris Dickinson, Regno Unito, 2025, 99’ V.O. inglese sottotitolata in italiano

In concorso

, presso Cinema Astra (Sala turchese)

Immagine di copertina per l'evento “Urchin di Harris Dickinson”

Il Festival entra nel vivo con il primo film in concorso, Urchin di Harris Dickinson. Il film segue Mike, senzatetto a Londra. Un’intensa esperienza sensoriale che mostra il talento di Dickinson anche alla regia.

Urchin è un'opera aspra e intima che sceglie di osservare il proprio protagonista senza filtri consolatori. Il film si muove tra realismo sociale e indagine psicologica, raccontando la marginalità non come semplice condizione economica ma come stato esistenziale.

La regia adotta uno sguardo ravvicinato, quasi documentaristico, che costringe lo spettatore a condividere il disagio, l’impulsività e la vulnerabilità del giovane protagonista interpretato in maniera autentica da Frank Dillane, la cui innata abilità di entrare nelle simpatie dello spettatore – anche nei momenti più tragici – rende ancora più reale e diretta l'esperienza cinematografica.

Ciò che colpisce è l'assenza di un giudizio morale esplicito: il personaggio non viene né assolto né condannato; le sue azioni, spesso autodistruttive, emergono come frutto di un contesto che non offre alternative reali ma al contempo riescono nell'intento di evitare la facile retorica della vittima e i cliché tipici del genere. Proprio in questa ambiguità risiede la sua forza: lo spettatore è chiamato a confrontarsi con la complessità del disagio giovanile in tutte le sue sfaccettature.

La regia di Harris Dickinson, al debutto dietro la cinepresa, accentua il senso di isolamento con un ritmo narrativo che alterna momenti di quiete ad esplosioni improvvise di tensione, in modo da riflettere la precarietà emotiva del protagonista sempre in bilico tra desiderio di appartenenza e incapacità di costruire legami stabili.

Urchin non è un film accomodante: richiede partecipazione e pazienza ma ricompensa con un ritratto autentico e doloroso di chi vive ai margini. Più che offrire risposte, solleva domande sulla responsabilità individuale e collettiva, lasciando allo spettatore un senso persistente di inquietudine e compassione.