Proiezione del settimo e ultimo film in concorso: Resurrection di Bi Gan. In un futuro senza sogni, una donna esplora la mente dell’ultima persona capace di immergersi nel mondo onirico.
Con Resurrection Bi Gan prosegue la sua personale esplorazione del tempo come materia plastica e instabile, costruendo un’opera che sembra dissolvere i confini tra memoria, sogno e percezione. Il film si muove in uno spazio narrativo rarefatto, dove la linearità è costantemente sabotata da ellissi, ripetizioni e slittamenti sensoriali. Più che raccontare una storia, Bi Gan crea un’esperienza immersiva che invita lo spettatore a perdersi, a sostare nei vuoti, a lasciarsi attraversare dalle immagini.
Il ritorno del protagonista nei luoghi dell’infanzia non è un semplice espediente narrativo, ma un dispositivo poetico: il paesaggio diventa una superficie su cui si proiettano desideri, rimpianti e fantasmi. Le architetture urbane, spesso filmate in penombra o avvolte da luci al neon, assumono un carattere quasi onirico, come se fossero già ricordo nel momento stesso in cui appaiono. In questo senso, lo spazio non è mai neutro: è impregnato di tempo, stratificato, attraversato da presenze invisibili.
La cifra stilistica del regista si riconosce nell’uso di lunghi piani sequenza e movimenti di macchina sinuosi, che generano una continuità ipnotica. Lo spettatore non è guidato da una trama tradizionale, ma da un flusso visivo e sonoro che privilegia l’atmosfera rispetto all’azione. Il montaggio, più che organizzare il racconto, sembra disarticolarlo, suggerendo che la memoria non è mai un archivio ordinato, bensì un territorio frammentato e instabile.
Uno degli aspetti più interessanti del film è la tensione costante tra presenza e assenza. I personaggi si sfiorano, si cercano, ma raramente si incontrano davvero. L’amore e il desiderio appaiono come forze evanescenti, incapaci di fissarsi in una forma stabile. Questa dimensione affettiva incompiuta rispecchia la struttura stessa dell’opera, che rifiuta la chiusura e preferisce restare sospesa.
In definitiva, Resurrection conferma Bi Gan come autore capace di trasformare il cinema in un dispositivo di meditazione sensoriale. Il film non chiede di essere “capito” in senso tradizionale, ma abitato: è un viaggio nella percezione, un’esperienza che interroga il nostro modo di ricordare e di guardare, lasciando nello spettatore una traccia più emotiva che narrativa.
